ossa

ACIDOSI METABOLICA

Sei uno sportivo, vai in palestra e desideri migliorare la tua prestazione agonistica?

Vuoi mettere massa muscolare velocemente?

Oltre ad incrementare le proteine e soddisfare i tuo PTOR devi dare importanza al PH del tuo sangue per evitare stati di acidosi metabolica e una conseguente perdita di massa muscolare, forza e aumento del grasso.

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Che cosa può comportare l’aumento dell’acidosi metabolica?

L’organismo è programmato per funzionare ad un PH neutro. A questo livello di PH gli enzimi funzionano nel modo migliore. L’acidosi metabolica porta a dei fenomeni degenerativi che ti fanno perdere massa massa muscolare e degenera il sistema osseo-articolare aumentando il rischio di osteoporosi (che ricordo essere l’impoverimento di calcio nelle ossa con conseguente fragilità del tuo scheletro)


Se vuoi contrastare l’acidosi metabolica devi ingerire più alimenti basificanti che sono frutta e verdura, controllare il PH durante il giorno, in commercio trovi le cartine tornasole (vedi su Wikipedia) se non esci dall’acidosi allora la frutta e verdura che mangi non basta.

Qualora non bastasse, il consumo di frutta e verdura per alzare il tuo PH e togliere l’organismo dallo stato di acidosi,  ci sono integratori basificanti come il seguente.

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Restando sugli alimenti, ci sono cibi basificanti come gli agrumi che essendo citrati contrastano l’acidità del PH.

Oltre ad Alkawater che io reputo uno dei più efficaci integratori basificanti attualmente in commercio, potete trovare citrato di potassio o citrato di magnesio in polvere o in compresse. Alkawater è molto pratico basta mettere 3 goccie in ogni bicchiere d’acqua.

Quando utilizzare un integratore basificante per contrastare l’acidosi metabolica?

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Un integratore basificante deve essere assunto prima di coricarsi, proprio perchè durante il sonno, l’organismo elimina gli acidi prodotti durante l’arco della giornata.

Se fegato e reni non sono colpiti da determinate patologie, un alimentazione iperproteica non li danneggia,.

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acidosi metabolica da wikipedia

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LE FUNZIONI PRINCIPALI DEGLI INTEGRATORI ALIMENTARI

1. Permettere allenamenti più intensi.
2. Recuperare più velocemente.
3. Ridurre al minimo i rischi di traumi da allenamento.
4. Mantenere più a lungo lo stato di forma.
5. Migliorare lo stato nutrizionale (sia per l’atleta che per la persona che non pratica sport ma con una dieta squilibrata).

 

Non sono utilizzati solo per aumentare masse muscolari, migliorare le prestazioni, come coadiuvanti regimi ipocalorici, etc., ma anche per preservare un patrimonio fisico ed organico che consenta all’atleta di prolungare la sua vita sportiva in sicurezza ed alla persona “di tutti i giorni” (per spiegarci: l’impiegato, la casalinga, il pensionato, lo studente, etc.) di vivere meglio, in salute e svolgere più attivamente e proficuamente le mansioni quotidiane.

Believe in yourself, believing in intensity.
Credi in te stesso, credi nell intensità.

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Alimentazione, integrazione nutrizionale, supplementazione, allenamento e intelligente, sono abitudini di vita tutti orientati a favorire l’aumento di massa e forza muscolare, ovvero, la cosiddetta ipertrofia che ricordiamo ancora una volta è il risultato di un aumento di miofibrille, (sia il volume sia il numero) dello sviluppo degli involucri muscolari, (tessuti connettivi) dell’aumento della vascolarizzazione, e dell’aumento del numero di fibre.

Ma ci siamo preoccupati della salute delle nostre ossa? A quanto pare no. Recenti studi indicano che la densità minerale ossea può influire sulla forza muscolare, di conseguenza sulla massa. Gli studiosi hanno riferito che, nei soggetti sottoposti a elettrostimolazione dei muscoli degli avambracci per sei settimane, l’incremento di forza muscolare nell’avambraccio è risultato tanto più elevato quanto maggiore era la densità minerale ossea rilevata all’inizio dello studio, deducendo che la densità minerale delle ossa influenzerebbe in qualche modo lo sviluppo della forza muscolare.

Sulla base di questi dati, si consiglia di assumere almeno 1.000 milligrammi al giorno di calcio, o attraverso l’alimentazione, o sottoforma di integratore.

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Con la diffusione delle diete evoluzionistiche, uno dei problemi principali da risolvere è sicuramente il ricreare, nei limiti imposti dalla civiltà moderna e industriale, le stesse condizioni di cibo nutriente e di modalità di vita. Uno di questi riguarda in modo importante la vitamina D, finora discretamente sottovalutata, ma che alla luce della Paleo Diet e anche di nuovissimi studi indipendenti, ne rivalutano fortemente il ruolo centrale nell’ alimentazione, nella prestazione sportiva e nella salute in generale. Inizio subito dicendo che la vitamina non è solo tale, ma è anche un vero e proprio gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da 5 diverse vitamine: vitamina D1, D2, D3, D4 e D5. Tuttavia quelle più attive sono la vitamina D2 (ergocalciferolo) di provenienza vegetale e la vitamina D3 (colecalciferolo), derivante dal colesterolo, sintetizzata negli organismi animali.


La sua più importante funzione è quella  di favorire il riassorbimento di calcio a livello renale, l’assorbimento intestinale di fosforo e calcio ed i processi di mineralizzazione dell’osso; senza un adeguato apporto di vitamina D, l’organismo non può assorbire efficacemente il calcio. Come è noto un po’ a tutti, la vitamina D viene prodotta dalla nostra cute, più precisamente dai cheratinociti presenti; infatti la vitamina D3 deriva dal suo precursore 7-deidrocolesterolo che è  disponibile in grandi quantità nella pelle dell’uomo e degli animali.
L’80% del fabbisogno di vitamina D è garantito dalla irradiazione solare in quanto il contenuto di questo nutriente nei cibi è molto basso. Ma proprio qui nasce il problema, perché diversi milioni di anni dell’ evoluzione umana li abbiamo passati in Africa, in una savana con pochi alberi, con il sole a picco e quindi con la pelle esposta al sole per quasi tutto il giorno. Ma circa 150.000 anni fa un gruppo di noi decise di andare fuori dal continente africano e si diffuse in tutto il mondo, compresi i territori più a nord come l’attuale scandinavia, dove di sole se ne vede decisamente ben poco. Per sopperire al problema le popolazioni proto-scandinave furono le prime a digerire il lattosio, per poter adattarsi almeno a prendere la vitamina D dai latticini; per questo motivo in scandinavia c’è tutt’ora il più alto tasso di tolleranza al lattosio al mondo. Questo non ha risolto del tutto il problema perché, come abbiamo visto, la vitamina D negli alimenti è scarsa e in più c’è a tendenza dei scandinavi ad essere chiusi e a ricercare la solitudine, che a volte diventa un problema, soprattutto durante la stagione invernale.
Il lungo, freddo e buio inverno di quei territori può uccidere, specialmente nei piccoli villaggi di campagna: difficili situazioni personali e familiari portano spesso a crisi depressive. Tante persone non riescono a superare queste crisi e, unitamente ai lunghi mesi di solitudine, arrivano a togliersi la vita. Il suicidio è un problema serio per esempio in Finlandia, visto che possiede la più alta percentuale di suicidi con arma da fuoco in Europa e la seconda più alta nel mondo dopo gli Stati Uniti, mentre qui in Italia i suicidi sono “solo” un terzo di quelli finlandesi. Per combattere il buio e la conseguente depressione stagionale in moltissime case viene installata una speciale lampada che simula il sorgere della luce del sole in modo da rendere il risveglio più naturale.

Tutto questo perché c’è un collegamento poco conosciuto tra vitamina D e depressione, comprovato proprio da diversi studi scientifici sia scandinavi in adulti e anche in giovani americani (“Serum vitamin D concentrations are related to depression in young adult US population”: the Third National Health and Nutrition Examination Survey).
Ma in realtà questa situazione non riguarda solo le popolazioni a nord del mondo, ma anche tutti noi, perché siamo per la maggior del tempo chiusi nelle nostre case e nei nostri uffici, abbiamo vestiti che ci coprono completamente anche quando siamo all’aperto e non bastano certo i 15 giorni al mare per la fare la scorta di vitamina D per il resto dell’ anno.
Insomma, come al solito, l’ uomo ha bisogno di tantissimi anni (anche centinaia di migliaia) per adattare il DNA alla nuova situazione di cibo, ambiente e malattie al di fuori della natia Africa e quelle poche decine di migliaia di anni in giro per il mondo, chiusi nelle case, indossando abiti molto più coprenti (in alcune regioni medio-orientali sono scoperti solo gli occhi delle donne) non sono certo bastati per adattare il nostro organismo alla scarsità di sole.

La carenza di Vitamina D e la sua relazione con il grasso corporeo

Diversi studi hanno mostrato la scarsa informazione fornita dai medici sulla carenza di vitamina D, che è un significativo fattore di rischio per i soggetti in sovrappeso o con un indice di massa corporea alto, sei si ha  insufficiente apporto di integratori, l’appartenenza alla razza asiatica e vivere in zone non equatoriali.
Infatti, in tutto il mondo, due donne su tre in postmenopausa (64%) presentano livelli inadeguati di vitamina D, come nelle donne affette da  osteoporosi in tutto il mondo, con percentuali fino al 90% nei paesi non equatoriali. Studi precedenti hanno addirittura mostrato percentuali dell’83% in Medio Oriente. Ma anche due terzi di donne affette da osteoporosi che vivono in zone soleggiate hanno inadeguati livelli di vitamina D e che l’insufficiente integrazione è un potente fattore predittivo per la presenza di livelli inadeguati di vitamina D. In Italia, uno studio multicentrico nazionale coordinato dall’ospedale Molinette di Torino, ha dimostrato che la vitamina D è insufficiente nel 76% delle donne italiane.
L’improvvisa scarsità di vitamina D disponibile nel giro di pochi migliaia di anni, ha provocato una reazione a catena nel nostro corpo, un vero e proprio sconquasso, non solo per il metabolismo del calcio, ma anche in tante problematiche di tipo ormonale, facendoci perdere virilità, forza, massa muscolare e addirittura incrementando il livello di obesità.
Per esempio, un recente studio austriaco (Hormone Metabolic Research, 43: 223-225, 2011) ha dimostrato che la supplementazione giornaliera di 3000 IU di vitamina D per un anno ha incrementato il testosterone del 20% e il testosterone libero biologicamente attivo del 17%.

Questo vuol dire che semplicemente integrando la vitamina D potremmo avere maggior testosterone per i nostri allenamenti, per la nostra concentrazione mentale e anche per la nostra attività sessuale, il che non mi sembra proprio una cosa da buttar via.


 

Del resto, non certo a caso, l’ estate è da sempre la stagione degli amori, stimolati anche da una maggiore esposizione al sole in spiaggia, che permette così una surplus di sano testosterone per ambedue i sessi.
Controllare che i propri livelli di vitamina D siano nella norma, potrebbe essere addirittura fondamentale anche per poter dimagrire, in quando gli obesi producono il 10% di questa sostanza rispetto ai normopeso e questa carenza interferisce con la funzionalità della leptina. Quest’ ultima è un ormone-messaggero costituita da cellule adipose che comunica all’ipotalamo (un piccola ghiandola del cervello) quanto grasso è immagazzinato nel corpo e quindi segnala che lo stomaco è pieno, togliendo cosi la fame.
Ma se la percentuale di grasso corporeo è elevata, tende ad assorbire la vitamina D, impendendo il suo afflusso nel sangue, lasciando alti i livelli di leptina, provocando cosi una appetito insaziabile e costante durante tutta la giornata. Inoltre sembra che i soggetti in sovrappeso abbiano una minore capacità di di convertire la vitamina D nella sua forma ormonale attiva, cosa che crea un meccanismo perverso perché chi è grasso magari non va al mare per vergogna, oppure si copre, quindi i livelli di vitamina D sono sempre più bassi, la leptina più alta e la percentuale di grasso aumenta cosi anno dopo anno.
Quindi le persone obese hanno mediamente meno vitamina D e statisticamente la relazione tra obesità e carenza di D è statisticamente significativa. In pratica possiamo affermare che il soggetto in sovrappeso/obeso che non si espone al sole oppure non prende integratori di vitamina D, può non dimagrire mai e anzi aumentare di peso anno dopo anno.
Uno studio sulla popolazione canadese del 2010 pubblicato su “Obesity” ha dimostrato che sia il peso che il grasso corporeo erano molto più bassi nelle donne con livelli di vitamina D normali rispetto a quelle che li avevano insufficienti. Una delle ipotesi più accreditate per spiegare questa situazione è quella che la vitamina D, essendo liposolubile, quando viene prodotta dalla pelle o assunta con il cibo viene normalmente distribuita nel grasso corporeo, ma a parità di vitamina assunta dai normopeso, ovviamente gli obesi si ritroveranno conseguentemente nel sangue livelli più bassi di vitamina D biodisponibile per il fabbisogno.
E’ stato calcolato che se le cellule adipose sono in eccesso, possono far diminuire di quattro volte la capacità di produrre vitamina D, cioè se siete in sovrappeso è molto probabile che la vostra produzione di questa sostanza sia solo di un quarto di una persona normopeso. Questo vale anche per i bambini, visto che tra l’ altro quelli italiani seguirebbero la dietona mediterraneaona “patrimonio umanità Unesco”, sono i più obesi d’ Europa. Infatti in uno studio pubblicato sull ‘‘American Journal of Clinical Nutrition” e condotto per 30 mesi dai ricercatori della Michigan University su 479 bambini di Bogotà (Colombia), dai 5 ai 12 anni, è stato riscontrato che livelli inferiori di vitamina D erano associati ad un più rapido aumento di peso e ad una maggiore tendenza ad accumulare grasso addominale, fattore di rischio di molte patologie in età adulta. Nelle bambine, invece, sono state riscontrate difficoltà relative alla crescita in altezza.

Vitamina D per il diabete e per prevenire gli infortuni

Ma la vitamina D agisce anche sul diabete; gli scienziati del Helmholtz Zentrum München hanno dimostrato proprio quest’anno che le persone con buoni valori di vitamina D sono a minor rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.
Lo studio, condotto in collaborazione con il Centro tedesco del Diabete e l’Università di Ulm, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Diabetes Care.
Un’altra ricerca ha scovato un altra sorprendente qualità della vitamina D, cioè la sua capacità di prevenire gli infortuni negli atleti.
Michael Shindle del Summit Medical Group in Madison (Wisconsin, USA – National meeting of American Orthopetic Society for Sports Medicine, Luglio 2011) ha scoperto che più dei 2/3 di 89 giocatori di football americano NFL infortunati avevano i livelli insufficienti di Vitamina D.
I livelli di questa vitamina devono essere maggiori di 32 ng/mL, e ben 27 giocatori avevano i livelli sotto i 20 ng/ml, mentre altri 45 avevano i livelli tra i 20-31,9 ng/mL.
Per tutti quelli che sono sempre infortunati e ce ne sono molti, potrebbe essere quindi una buona idea l’ integrazione di questa vitamina.
Ma la carenza di vitamina D è generalizzata anche nella normale popolazione, tanto che negli Stati Uniti, nonostante il latte sia stato addizionato con la vitamina D fin dal 1922,  la rivista specializzata “Life Extension” ha analizzato 13.892 campioni di sangue tra i suoi lettori e il risultati sono stati assolutamente sorprendenti. Il 38% dei soggetti aveva i livelli inferiori ai 30 ng/mL, mentre il 69% era al di sotto dei 40 ng/mL e solo il 14,3% aveva un tasso superiore ai 50 ng/mL, cioè quello considerato ottimale per ottenere i maggiori effetti benefici dalla vitamina D.
In italia, nonostante il sole sia abbondante, risulta paradossalmente che il livello medio di vitamina D nella popolazione sia in realtà basso, anche perché non esistono in commercio prodotti fortificati con questo micro-nutriente, come avviene invece in nord-europa e negli Stati Uniti. Nel nostro paese e solo per i bambini, per evitare il rachitismo, viene venduto dell’ olio addizionato con vitamina D, ma per adulti nulla.

I benefici della Vitamina D in sintesi

la vitamina D agirebbe come un vero e proprio ormone su tantissime e fondamentali funzioni del nostro organismo:

  • Scheletro
    salute delle ossa, previene l’ osteopenia, osteoporosi, osteomalacia, rachitismo e fratture
  • Salute cellulare
    previene certi tipi di cancro, come quello alla prostata, al pancreas, mammella, ovaie e colon; previene malattie infettive e infezioni al tratto respiratorio superiore, asma e disturbi respiratori.
  • Salute organi
    previene malattie cardiche e infarti; previene il diabete di tipo 2, parodontite , perdita di denti e altre malattie infiammatorie.
  • Salute dei muscoli
    supporta la forza muscolare
  • Salute del sistema autoimmunitario
    previene la sclerosi multipla, il diabete mellito di tipo 1, il morbo di Crohn e l’ artrite reumatoide.
  • Salute del cervello
    previene la depressione, schizofrenia, morbo di Alzheimer e demenza.
  • Salute degli stati d’animo
    previene il disordine affettivo stagionale, la sindrome pre-mestruale, i disturbi del sonno e aumenta il senso di benessere

 

Ma quali sono i livelli ottimali di vitamina D nel sangue?
Il dottor Holich del Boston Medical Center è una delle massime autorità mondiali nello studio di questa vitamina, propone questo “barometro” di riferimento per ottenere i massimi risultati:

Secondo Loren Cordain, l’ autore del rivoluzionario e fondamentale libro “Paleo Diet”, nei casi di carenza di vitamina D (<20 ng/mL), occorre seguire un’integrazione giornaliera di 2.000 – 7.000 UI per mesi per portare le concentrazioni di plasma a 40 ng/mL. Per mantenere le concentrazioni di plasma a 40 ng/mL, si consiglia un’integrazione giornaliera di 1.000-2.000 UI1; l’equivalenza è 100 UI = 2,5 mg e 400 UI = 10 mg.
In definitiva, anche se siamo in perfetto Paleo-style, mangiando frutta/verdura/carne/pesce e frutta secca, potremmo lo stesso avere problemi, in quanto non era prevedibile per l’ organismo l’ assunzione supplementare con il cibo di vitamina D, visto che per milioni di anni l’ abbiamo prodotta in quantità “industriale” con lo splendido sole africano. Quindi per ricreare il più possibile quell’ armonia di condizioni è assolutamente essenziale prendere più sole possibile durante l’ estate, in modo da fare un’ adeguata scorta per l’ inverno e/o e assumere cibi ad alto contenuto di vitamina D come l’olio di fegato di merluzzo, i pesci grassi (come i salmoni e le aringhe), il latte ed i suoi derivati, le uova, il fegato e le verdure verdi.
Ma è evidente che l’ olio di fegato di merluzzo sono decenni che non viene più sommistrato perché ha un sapore agghiacciante, mentre i pesci grassi vengono acquistati con parsimonia perché abbastanza costosi e magari pieni di mercurio, le uova vengono limitate dai medici perché “aumentano il colesterolo” (ma per favore…), il fegato non è di uso comune (anche perché quello di adesso è ricco di tossine)  e il latte/derivati non possono essere assunti perché dannosi per tutti i motivi che già sappiamo legato al pH. Rimarrebbero le verdure, ma ammesso che si assumano in buone quantità, non sono tuttavia sufficienti per assumere la giusta quantità di vitamina D per raggiungere i livelli ottimali.
A questo punto l’ uso dell’ integratore di vitamina D potrebbe essere risolutivo, anche se come abbiamo visto è molto importante misurare prima il livello nel sangue, in quanto il livello di grasso corporeo ostacola l’ entrata nel sangue e quindi le dosi degli eventuali supplementi vanno calibrati perché potrebbero non bastare. Al laboratorio di analisi va richiesto il dosaggio del 25-idrossivitamina D (25-OH vitamina D) cioè la componente attiva della sostanza. Per chi volesse maggiori informazioni sull’ argomento, il 5 novembre terrò un Master a Roma su “Muscle Detox & Vitamina D” ), dove porterò ulteriori studi e approfondimenti su questa fondamentale ma sottovalutato nutriente.
Concludo questo articolo facendo una considerazione sul fatto che leggo spesso su riviste, internet, bacheche facebook deliranti articoloni contro la teoria dell’evoluzione, cercando in questo modo di screditare il sottoscritto e il suo lavoro.
A questi simpaticissimi personaggi dico solo che non vi siete messi contro di me, ma contro Sir Charles Darwin: AUGURI.

 

Claudio Tozzi

 

Bibliografia:

  • “Vitamin D status in post-menopausal women living at higher latitudes in the UK in relation to bone health overweight, sunlight exposure and dietary vitamin D”, Bone – maggio 2008; 42(5):996-1003
  • Orpana, H.M. et al., “BMI e mortality: Results from a National Longitudinal study of canadian adults”, Obesity 2010; 18(1):214-218
  • Int Arch Med. 2010 Nov 11;3:29.
  • “Serum vitamin D concentrations are related to depression in young adult US population”: the Third National Health and Nutrition Examination Survey. Ganji V, Milone C, Cody MM, McCarty F, Wang YT. Source Division of Nutrition, School of Health Professions, College of Health and Human Sciences, Georgia State University, 140 Decatur Street, Atlanta, GA 30302, USA.
  • Effect of Serum 25-Hydroxyvitamin D on Risk for Type 2 Diabetes May Be Partially Mediated by Subclinical Inflammation. Results from the MONICA/KORA Augsburg study – Diabetes Care October 2011 vol. 34 no. 10 2320-2322

 

Le informazioni contenute in questo articolo hanno fini puramente divulgativi e non intendono in alcun modo sostituire il parere dei professionisti del settore sanitario. Consultate il vostro medico prima di iniziare qualsiasi programma di esercizio o integrazione nutrizionale.
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La cartilagine ricopre la superficie delle ossa in corrispondenza delle articolazioni,  aiutandole a sopportare lo stress meccanico dovuto al movimento; è composta da una parte cellulare (formata dai condrociti) e una matrice extracellulare, che dona al tessuto le proprietà di resistenza ed elasticità necessarie a svolgere la sua funzione.

Un componente fondamentale di questa matrice è il condroitin solfato, uno zucchero necessario per assicurare elasticità ed idratazione a tutto l’apparato cartilagineo.

 

 

Il condroitin solfato, insieme all’acido ialuronico, è molto importante per la struttura e la funzione delle articolazioni, per conferirne resistenza ed elasticità e permettere l’assorbimento degli shock meccanici dovuti al movimento. In sinergia con la glucosamina costituisce il substrato per la sintesi di nuova matrice nelle articolazioni, perciò è indispensabile che questa sostanza sia presente nella giusta quantità: una sua carenza compromette la stabilità della cartilagine, causandone l’assottigliamento e l’irrigidimento, che a loro volta provocano dolore e difficoltà nei movimenti.

Glucosamina  : Nell’artrosi si verifica un difetto metabolico della biosintesi della glucosamina e dei proteoglicani. Un deficit di glucosamina o del suo metabolismo può ridurre il grado di produzione di queste importanti macromolecole portando a una debolezza dei tessuti specifici. Anche in caso di traumi il metabolismo cartilagineo può subire modificazioni. In questa situazione l’apporto esogeno di glucosamina supplisce alle carenze endogene della sostanza, stimola la biosintesi dei proteoglicani, svolge un’azione trofica nei confronti delle cartilagini articolari e favorisce la fissazione dello zolfo nella sintesi dei glucosaminoglicani e dei proteoglicani.

Diversi studi internazionali hanno dimostrato che il condroitin solfato è molto utile nel combattere i disturbi che coinvolgono la cartilagine, soprattutto quelli degenerativi e infiammatori, che provocano la perdita della resistenza ed elasticità, causando dolore articolare.

 

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Arthrimin Effervescente di Jamieson, grazie all’azione sinergica dei suoi quattro ingredienti bioattivi, stimola la formazione di nuova cartilagine, contribuisce a rallentare i processi degenerativi dell’osteoartrite sia primaria (dovuta al normale processo di usura e  invecchiamento) che secondaria (indotta da traumi ripetuti o malattie) e favorisce la riparazione delle articolazioni danneggiate, allevia il dolore e i processi infiammatori articolari e muscolari senza causare gli effetti indesiderati dei farmaci antinfiammatori non steroidei.  Mantiene le articolazioni in buona salute. È particolarmente indicato per chi soffre di artrite, dolori muscolari e traumi sportivi. È una formulazione effervescente facilmente assorbibile e altamente biodisponibile. La glucosamina contenuta in questo prodotto di Jamieson non è ricavata dai crostacei ma dalla fermentazione del mais ad opera dell’Aspergillus niger, quindi non è di origine animale.

Formato: 30 bustine da 7 grammi.

Posologia: 7 g (un misurino) al giorno sciolti in un bicchiere d’acqua dopo i pasti.

Ingredienti: Condroitina solfato, metilsulfonilmetano (MSM), glucosamina HCl, glucosamina solfato, acido ialuronico. Eccipienti: fruttosio, acido citrico, aroma arancia, sodio bicarbonato, calcio carbonato, aroma vaniglia, biossido di silicio, riboflavina.

NON CONTIENE: glutine, lattosio, amido, sale (cloruro di sodio), zucchero (saccarosio), crostacei.

Indicazioni: Artrite, Dolori articolari e muscolari, traumi sportivi.

 

La ricerca: (conclusioni)

La glucosamina può essere molto efficace nell’alleviare dolore ed infiammazione prodotti dall’osteoartrite. Ovviamente in tempi ragionevolmente più lunghi rispetto all’uso di medicinali analgesici.

In uno studio molto lungo della durata di 3 anni, condotto nel 2001 a Liegi in Belgio e pubblicato su Lancet, è stata somministrata glucosamina ad una dose di 1500mg al dì o un placebo a 112 persone affette da osteoartrite alle ginocchia. Confrontando una serie di Raggi x alle ginocchia dei soggetti, i ricercatori hanno riportato che i pazienti che avevano assunto la glucosamina presentavano un miglioramento medio del 20-25% della sintomatologia, mentre il placebo presentava un lieve peggioramento, evidenziando una riduzione media di 0,31mm degli spazi articolari.

 

NOTE : CHIEDERE SEMPRE IL PARERE DEL VOSTRO MEDICO

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Il calcio citrato è il sale di calcio dell’acido citrico; viene ampiamente utilizzato in campo alimentare come additivo antiossidante, sfruttandone allo stesso tempo le proprietà correttrici dell’acidità del nostro PH interno.

Il calcio, il minerale più abbondante nel corpo umano, riveste un ruolo essenziale nella costruzione e nella solidità della massa ossea, nonché nella prevenzione dell’osteoporosi. Presente in quasi tutti i tipi di cellule dell’organismo, interviene nelle numerose reazioni biochimiche indispensabili per il loro funzionamento. Inoltre, contribuisce alla prevenzione del cancro del colon: durante la digestione, le eccedenze di calcio neutralizzano gli acidi grassi, causa di irritazione della mucosa intestinale.

Il calcio citrato è noto per essere un importante e diffuso integratore di calcio, un minerale essenziale per la buona salute delle ossa, dei denti, ma anche dell’intero organismo. Allo stesso scopo può essere aggiunto agli alimenti cosiddetti fortificati, quindi arricchiti artificialmente di questo ed eventualmente di altri nutrienti.

Ogni grammo di calcio citrato contiene circa 210 milligrammi di calcio elementare, poco più della metà di quello contenuto in un grammo di calcio carbonato. Questi due sali rappresentano le più comuni fonti di calcio negli integratori e nei prodotti dietetici destinati all’integrazione del minerale, spesso arricchiti con vitamina D per favorirne l’assorbimento. Poiché questo diviene ottimale in ambiente acido, il citrato di calcio è indicato alle persone affette da ipocloridria e può essere assunto anche a stomaco vuoto. Viceversa, le persone che soffrono di acidità di stomaco dovrebbero preferire il calcio carbonato, da assumere in concomitanza dei pasti; in alternativa, il calcio carbonato può essere assunto anche a digiuno in associazione con un succo di frutta od una spremuta di agrumi, sorgenti naturali di acido citrico contenenti anche piccole quantità di citrato di calcio.

 

 

Ricordo che la percentuale di minerale assorbita dipende in prima istanza dalla dose: è massima per apporti inferiori ai 500 mg e tende a decrescere per apporti superiori. Perciò, nel caso in cui il medico consigli un integrazione con 1000 mg di calcio al giorno, potrebbe essere utile suddividere la dose in due diverse assunzioni giornaliere da 500 mg (scelta che va ovviamente discussa con il medico stesso). Ricordiamo infatti che l’utilizzo di integratori a base di calcio andrebbe preventivamente discusso con il proprio medico curante, specie in presenza di malattie o contemporanea assunzione di farmaci od altri integratori. Condizioni come calcoli renali, iperparatiroidismo e concomitante terapia con antiacidi, digossina o antibiotici tetraciclinici (tetraciclina, demeclociclina, doxiciclina, minociclina o oxitetraciclina), potrebbero infatti renderli controindicati o richiedere un aggiustamento della dose.

Gli effetti collaterali del citrato di calcio, oltre ad un aumento dell’acidità gastrica in individui predisposti, possono includere piccoli disordini intestinali come gonfiori, nausea, e stitichezza.

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I LEGAMENTI.

Il legamenti sono robuste strutture fibrose che collegano tra loro due ossa o due parti dello stesso osso. Nel corpo umano esistono anche legamenti che stabilizzano organi specifici come l’utero o il fegato. Queste importanti formazioni anatomiche non vanno assolutamente confuse con i tendini, che collegano i muscoli alle ossa o ad altre strutture di inserzione.I legamenti hanno funzione stabilizzatrice, impediscono cioè che particolari movimenti o forze esterne derivanti da traumi, alterino la posizione delle strutture ai quali sono collegati. Nel corpo umano i legamenti sono disposti in modo tale da intervenire attivamente soltanto nei gradi estremi del movimento, quando l’integrità dell’articolazione è messa in serio pericolo.

Come i tendini anche i legamenti sono formati da fibre di collagene di tipo I che possiedono una grossa resistenza alle forze applicate in trazione. La loro elasticità è invece ridotta: nel ginocchio, per esempio, il legamento collaterale mediale presenta una resistenza alla rottura di ben 276 kg/cm2 ma può deformarsi soltanto sino al 19% prima di rompersi. Si tratta inoltre di un legamento particolarmente elastico dato che in media queste importanti strutture anatomiche si lacerano se sottoposte ad un allungamento che  supera il 6 % della loro lunghezza iniziale.

L’elasticità dei legamenti può comunque aumentare grazie a specifici esercizi di stretching; non si spiegherebbe altrimenti lo straordinario grado di mobilità articolare raggiunto dai contorsionisti. Bisogna tuttavia considerare che un simile livello di elasticità è pericoloso quanto un’eccessiva rigidezza dato che aumenta sensibilmente l’instabilità e la lassità articolare.

Le lesioni ligamentose avvengono quando le forze applicate ai legamenti superano la loro massima resistenza.

I legamenti sono tanto più suscettibili alle lesioni quanto più velocemente viene applicata loro una forza. Se il trauma è relativamente lento la loro resistenza è tale da staccare la piccola parte di osso a cui sono collegati (avulsione ossea).

La distorsione alla caviglia è un classico esempio di lesione legamentosa: quando appoggiamo male un piede la caviglia viene bruscamente allontanata dal calcagno determinando la lesione dei legamenti che tengono unite queste due ossa.

LESIONI LIGAMENTOSE.

Come una corda formata dall’intreccio di tante fibre che si sfilaccia poco a poco, anche i legamenti, se sottoposti a tensioni eccessive, dapprima si stirano, poi si strappano poco a poco fino alla rottura completa.

L’entità della lesione è ovviamente proporzionale a quella del trauma e può essere classificata in tre stadi di gravità:

LESIONE DI PRIMO GRADO: all’interno del legamento solo una piccolissima parte di fibre viene lesionata; si tratta di lesioni microscopiche che nella stragrande maggioranza dei casi non interferiscono con la normale stabilità dell’articolazione

LESIONE DI SECONDO GRADO: in questo caso le fibre strappate sono molte di più e possono rimanere sotto il 50% del totale (lesione di II grado lieve) o superarlo (lesione di II grado grave). Maggiori saranno le fibre di collagene lesionate e maggiore sarà il grado di instabilità dell’articolazione

LESIONE DI TERZO GRADO: si assiste in questo caso alla rottura completa del legamento che può avvenire nella zona centrale con separazione dei due monconi o a livello dell’inserzione ligamentosa nell’osso. In quest’ultimo caso può verificarsi anche un distacco del frammento osseo al quale il legamento è ancorato.

L’instabilità articolare è la conseguenza più grave delle lesioni ligamentose ed è direttamente proporzionale al numero di fibre strappate. Anche l’instabilità si può classificare in diversi gradi e può essere facilmente apprezzata dal medico tramite alcuni test (shift test; test del cassetto anteriore ecc.).

Spesso la lacerazione del legamento causa un’emorragia nello spazio articolare causando gonfiore, ecchimosi e dolorabilità intorno all’articolazione. Il dolore può essere evocato o accentuato anche da particolari movimenti. Ovviamente nella maggior parte dei casi (ma non i tutti) i sintomi sono legati all’entità della lesione ed aumentano in modo proporzionale al numero di fibre strappate.

La diagnosi è inizialmente clinica, tramite test specifici, esame obiettivo e accertamenti sul meccanismo lesivo e sulle immediate conseguenze. L’indagine strumentale più accurata è la risonanza magnetica, a cui si ricorre soltanto nei casi più gravi per confermare la diagnosi clinica. Una normale radiografia può essere effettuata se si sospettano fratture ossee associate.

Nella fase acuta del trauma, si applica il solito ed efficace protocollo RICE: riposo, ghiaccio, elevazione e compressione in caso di sanguinamento. Solitamente le rotture dei legamenti vengono trattate in modo conservativo e soltanto in situazioni particolari si ricorre all’intervento chirurgico.

GUARIGIONE: fortunatamente i legamenti sono abbastanza vascolarizzati e come tali hanno una discreta capacità riparativa. In prossimità della lesione si sviluppano inizialmente delle cellule infiammatorie che rimuovono i tessuti morti preparando il legamento alla guarigione. Successivamente, grazie ad un aumentato afflusso locale di sangue, viene sintetizzato un tessuto di riparazione che ha però bisogno di molti mesi per consolidarsi ed acquisire una resistenza ottimale. In genere dopo un paio di settimane/3 mesi, in relazione all’entità della lesione, questo tessuto acquisisce una resistenza tale da consentire la ripresa degli esercizi di potenziamento locale.

In caso di lesione legamentosa la riabilitazione è estremamente importante. Applicando opportune sollecitazioni meccaniche ai legamenti si promuove infatti il corretto allineamento delle nuove fibre di collagene (le nuove fibrille, per offrire la giusta resistenza, devono allinearsi il più possibile nella direzione lungo la quale vengono applicate le forze di trazione).

Gli esercizi di mobilizzazione precoce non dovranno comunque interferire con i processi di guarigione del legamento traumatizzato. Anche per questo motivo nelle fasi iniziali di recupero vengono spesso utilizzati dei tutori che proteggono l’articolazione limitandone la mobilità.

Una lesione ligamentosa richiede solitamente tempi di recupero piuttosto lunghi che vanno dalle 4-6 settimane per le lesioni moderate fino a 6 o più mesi per le rotture complete trattate con intervento chirurgico.

ARTICOLAZIONI.

Le articolazioni sono strutture anatomiche, talora complesse, che mettono in reciproco contatto due o più ossa. Per evitare fenomeni degenerativi dovuti all’usura, nella maggior parte dei casi si tratta di un contatto non diretto, ma mediato da tessuto fibroso o cartilagineo e/o da liquido.

Le articolazioni del corpo umano sono assai numerose, se ne contano in media 360, e strutturalmente molto dissimili le une dalle altre. Questa diversificazione rispecchia il tipo di funzione richiesta a quella determinata giuntura. Nel loro insieme, il compito delle articolazioni è di tenere uniti i vari segmenti ossei, in modo tale che lo scheletro possa espletare la sua funzione di sostegno, mobilità e protezione.

CLASSIFICAZIONE DELLE ARTICOLAZIONI SU BASE STRUTTURALE.

Le articolazioni si suddividono, dal punto di vista strutturale, in:

articolazioni fibrose:  le ossa sono unite da tessuto fibroso.

articolazioni cartilaginee: le ossa sono legate da cartilagine.

articolazioni sinoviali : le ossa sono separate da una cavità, oltre che essere legate per mezzo di strutture.

La suddivisione più conosciuta è tuttavia quella su base funzionale. Le ossa dello scheletro umano sono infatti connesse per mezzo di di articolazioni a cui sono consentiti movimenti di vario tipo e grado. Si parla, allora, di giunture immobili (sinartrosi), semimobili (anfiartrosi) e mobili (diartrosi).

CLASSIFICAZIONE DELLE ARTICOLAZIONI SU BASE FUNZIONALE

legano strettamente i capi ossei, come una cerniera lampo chiusa, tanto da impedirne i movimenti.

Le articolazioni si suddividono, dal punto di vista funzionale, in:

Articolazioni immobili:  legano strettamente i capi ossei, come una cerniera lampo chiusa, tanto da impedirne i movimenti.

Articolazioni ipomobili o anfiartrosi: legano due superfici articolari, ricoperte da cartilagine, tramite legamenti interossei; tra le due superfici è interposto un disco fibrocartilagineo che permette soltanto movimenti limitati. Nelle vertebre, per esempio, superfici ossee pianeggianti sono unite da un disco interosseo cartilagineo che funge da ammortizzatore.

Aritcolazioni mobili o diartrosi: permettono un ampio range di movimento, in una o più direzioni dello spazio (ginocchio, spalla, dita…)

La struttura di un’articolazione ne influenza il grado di mobilità:

Le sinartrosi (articolazioni immobili) si dividono in:

Sinostosi: il grado di movimento è nullo, dal momento che uniscono le articolazioni tramite tessuto osseo (come nel cranio dell’adulto).

Sincondrosi: il grado di movimento è scarso, dal momento che uniscono le articolazioni tramite tessuto cartilagineo denso (come le prime costole dello sterno).

Sindesmosi o sinfimbrosi: il grado di movimento è limitato, dal momento che sono tenute insieme da tessuto connettivo fibroso (come la sinfisi pubica).

Le articolazioni mobili o semimobili si differenziano per la forma e per i movimenti consentiti. In proposito esistono classificazioni leggermente differenti tra loro.

LE OSSA.

Le ossa sono organi particolarmente duri, con forma, densità e dimensioni variabili in base alle funzioni assolte. Nel loro insieme, partecipano alla formazione del sistema scheletrico, una struttura apparentemente inerte, ma viva e dotata di numerose, importantissime, funzioni.

OSSA E CORPO UMANO.

Nel corpo umano si contano approssimativamente 212 ossa, così distribuite: Arti inferiori 60 ossa, arti superiori 60 ossa, colonna vertebrale 33 ossa, Coste 24 ossa, Cranio 22 ossa, Orecchio 6 ossicini, Cingolo scapolare, 4 ossa, Sterno 3 ossa, Cingolo pelvico, 2 ossa connesse alla colonna vertebrale, Osso ioide, 1 osso.

Da questo elenco sono escluse le ossa sesamoidi e quelle wormiane perché variabili per numero ed in alcuni casi addirittura assenti. Le prime migliorano l’efficacia muscolare, come nel caso della rotula, mentre le wormiane sono piccole ossa soprannumerarie comprese nelle suture del cranio. Il numero di ossa varia in relazione all’età dell’individuo. Nei bambini, in particolare, sono più numerose, perché alla nascita alcune di esse, specialmente quelle craniche, presentano segmenti cartilaginei che ossificano e si saldano con l’accrescimento.

Si tratta, ovviamente, di una caratteristica molto importante; gli spazi membranosi che separano le ossa del cranio dei neonati, dette fontanelle, possono muoversi, evitando che il cervello subisca un’eccessiva pressione durante il parto od il suo sviluppo. Nell’adulto, questo tipo di cartilagine (detta ialina) viene mantenuta solo dove è richiesto un elevato grado di flessibilità, come nel naso, intorno alle superfici articolari e nella parte anteriore delle costole (caratteristica necessaria per consentire gli allargamenti, i restringimenti e le modificazioni della gabbia toracica durante il respiro). Piccole variazioni nel numero di ossa corporee si riscontrano anche negli individui della stessa età. Insieme al tessuto cartilagineo, le ossa costituiscono lo scheletro umano, che da solo rappresenta meno del 20% del peso corporeo (una percentuale inferiore a quella dei muscoli, che nella loro totalità coprono dal 35 al 40% della massa corporea). Le ossa, quindi, possiedono quattro caratteristiche importanti, eccezionali perché difficilmente coniugabili: leggerezza, resistenza, durezza ed elasticità.

Lo scheletro si divide didatticamente in:

assile: come dice il nome, costituisce l’asse principale del corpo umano e comprende la testa (cranio) ed il tronco (colonna vertebrale, coste e sterno);

appendicolare: come dice il nome, comprende l’ossatura delle appendici, cioè degli arti, insieme al cinto scapolare e a quello pelvico.

La funzione primaria dello scheletro è di fornire un’impalcatura di sostegno e di protezione ai tessuti molli del corpo, contribuendo a mantenere inalterata la sua forma caratteristica.

FUNZIONI DELLE OSSA E DELLO SCHELETRO.

La particolare struttura del tessuto che le compone, conferisce alle ossa un certo grado di durezza e resistenza, rendendole adatte a ricoprire funzioni di sostegno e protezione. Esse, infatti, costituiscono lo scheletro, proteggono gli organi interni e rappresentano un supporto per l’attacco di muscoli e tendini. A queste funzioni va aggiunto un importante ruolo emopoietico e metabolico.

COME CURARE I LEGAMENTI INFIAMMATI.

Poiché il dolore benigno di cui si lamentano  migliaia di persone è erroneamente attribuito solo  ad una degenerazione delle ossa e delle cartilagini( artrosi),mentre in realtà la  sua origine va attribuita ad un’alterazione di capsule,tendini e legamenti, da questo  si comprende l’interesse della proloterapia che agisce specificamente su queste strutture anatomiche.
La proloterapia  basa il suo meccanismo d’azione sull’attivazione di un processo riparativo a carico di strutture capsulo-tendino-legamentose lesionate   che l’organismo dassolo non è stato in grado di riparare; uno stiramento di un legamento o la distrazione di un tendine divengono  causa di dolore cronico quando si verifica una   loro incompleta guarigione  .

Una siffatta situazione definita”insufficienza del tessuto connettivo” è caratterizzata da una struttura troppo debole  che sotto carico  invia dei segnali al sistema nervoso centrale che li elabora  e li trasforma in sensazioni dolorose.
Il presupposto è che i dolori benigni della colonna e delle articolazioni provengono in genere da un alterazione dei legamenti e dei tendini che, se stirati  per motivi traumatici o degenerativi, non tendono naturalmente a rigenerarsi, provocando l’insorgenza di dolore  cronico.
In ogni episodio traumatico , ma anche per il persistere di situazioni di anomala  funzione per  difetti di postura, a causa degli stress ripetuti su tendini e sui legamenti  si instaurano  situazioni dolorose auto-mantenute che non tendono a migliorare ma  bensì a cronicizzarsi.

I tendini sono strutture dalla consistenza fibrosa ed elastica, di colorito piuttosto chiaro quasi madreperlato.
Molto resistenti alle sollecitazioni meccaniche, trovano sede tra i muscoli ed il tessuto scheletrico.
Il loro delicato e insostituibile compito è quello di trasmettere gli impulsi meccanici che derivano dalla contrattura muscolare alle parti scheletriche.
Forniti di vascolarizzazione propria, i tendini posizionati nei vari siti del nostro corpo variano per forma e dimensione a seconda del lavoro per i quali sono stati concepiti.
Infatti sono lunghi e sottili se devono provvedere a movimenti fini, corti e robusti se invece sono coinvolti in movimenti di potenza.
Malgrado la perfezione di queste insostituibili strutture a volte capita che alcune di esse (se troppo o malamente sollecitate), diano origini a sintomatologie dolorose spesso anche molto fastidiose, che talvolta se persistono rendono quasi impotente l’arto e lo stesso distretto interessato.
Inizialmente le infiammazioni tendinee comuni presentano solamente un processo flogistico più o meno fastidioso a cui spesso non diamo nemmeno sufficiente importanza scambiandolo per un comune dolore articolare o muscolare, che solitamente usiamo trattare con i classici e tradizionali farmaci da banco per l’automedicazione (come i FANS).
La persistenza di questi fastidiosi dolori, però, dati spesso da un’errata o da un’approssimativa valutazione dei sintomi, accompagnata dal mancato riposo e dalla prosecuzione delle azioni quotidiane e delle attività sportive, può nel tempo anche dare origine a processi infiammatori molto più gravi e importanti di quelli riscontrati inizialmente, con possibili danni anche seri di origine degenerativa, che nella gran parte dei casi non avrà facile risoluzione in tempi brevi.
La valutazione della sintomatologia che compare perciò in caso di un iniziale stato di dolore tendineo o articolare, dovrà essere per tempo valutata con la massima serietà e responsabilità,
per evitare di incorrere in un secondo tempo in particolari patologie ricorrenti, che potrebbero rallentare non poco le nostre attività quotidiane, ridurre i nostri progressi nell’ambito sportivo e  diminuire le motivazioni.
Spetterà quindi sicuramente ad uno specialista dopo un anamnesi molto attenta e approfondita,
anche eventualmente attraverso una collaborazione interdisciplinare tra diverse specialità, concorrere al raggiungimento di una corretta e precoce diagnosi per arrivare quanto prima ad instaurare un trattamento adeguato alle necessità del caso.
La complessità del lavoro svolto da queste strutture ed il loro ruolo cardine nel carico meccanico
a cui spesso sono sottoposte. anche per tempi prolungati, renderà da parte nostra fondamentale e necessario un attento e costante lavoro di preservazione, di conservazione e di equilibrio funzionale di tutte le strutture tendinee e muscolari.

Alcune delle più comuni indicazioni che potremo inserire nelle nostre attività quotidiane saranno perciò delle semplici regole mirate a introdurre giornalmente delle facili operazioni di movimento e riscaldamento articolare, da percorsi programmati di allungamento muscolare con delle morbide e dinamiche sedute specifiche di stretching e da un eventuale attento e costante monitoraggio delle informazioni che il nostro corpo giornalmente ci invia per aiutarci a comprenderlo e a preservarlo da traumi e malattie. Per esempio, una distorsione di una caviglia o di un ginocchio, comportano un danno cellulare che a sua volta  in situazioni normali  innesca  una  cascata infiammatoria  seguita da proliferazione e migrazione  di fibroblasti nelle prime 48 ore la cui funzione è quella di depositare nuovo tessuto sulla struttura lesa.
Questo tessuto, chiamato collagene, viene depositato sotto forma  di procollagene e matura successivamente da procollagene a collagene nelle otto settimane successive al trauma.
Nella fase di maturazione l’acqua viene persa  causando  costrizione e tensione del tendine o del legamento  con un conseguente   rinforzo della struttura stessa .
Se la lassità o il deficit di forza contrattile non sono recuparate  ne risulta un dolore cronico.
In una situazione di insufficienza connettivale ogni singolo trauma è incapace  di provocare uno stimolo proliferante  cosicchè  anche  un piccolo insulto è in grado di accumulare danno nel punto di inizio del dolore cronico..
Se non si instaura dunque  una corretta reazione proliferante si determina uno stato di  insufficienza tendino-legamentosa responsabile del dolore cronico articolare.

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